Alle nove in punto è arrivato un uomo che non era successo.
Aveva con sé una ricevuta per un acquisto mai effettuato in un negozio demolito prima della sua apertura.
L’impiegata gli ha chiesto il nome.
Lui ha indicato la sedia.
La sedia ha negato tutto.
Per evitare complicazioni, gli hanno assegnato un numero primo divisibile soltanto per le cose che non esistono.
Il numero si è offeso e ha presentato le dimissioni.
A quel punto è intervenuto il regolamento.
Secondo l’articolo invisibile, ogni cittadino ha diritto a un ricordo mai vissuto, purché non appartenga al proprio passato.
Ho scelto un’infanzia trascorsa dentro una parentesi tonda.
C’era un’altalena che oscillava tra il forse e il mai, un cane convinto di essere il guinzaglio e una nonna che mi insegnava a dimenticare le cose in ordine alfabetico.
La lettera F era scomparsa.
Senza di lei, la felicità risultava amministrativamente incompleta.
Abbiamo chiuso l’ufficio per lutto preventivo.
Fuori, la pioggia cadeva verso l’alto e lasciava asciutte soltanto le pozzanghere.
Un vigile ha multato il cielo per occupazione abusiva dello spazio.
Il cielo ha pagato in silenzio, con una banconota da tre orizzonti.
Nessuno ha controllato il resto.
Io, intanto, cercavo di ricordare perché fossi entrato.
Sul banco c’era un foglio con una sola frase:
IL PRESENTE NON È AL MOMENTO DISPONIBILE.
Sotto, qualcuno aveva aggiunto a matita:
“Riprovare ieri”.
Sono tornato il giorno prima.
L’ufficio non c’era ancora.
Ma sulla porta del futuro era già appeso il mio certificato di morte.
La data era illeggibile.
La firma, invece, era identica alla mia.
Non l’avevo mai fatta.
Eppure riconobbi la grafia: era quella che usavo prima di imparare a scrivere.
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